Piede diabetico, nuove frontiere per la cura

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Maggiore consapevolezza della gravità del piede diabetico tra operatori e pazienti, cambiamenti a livello legislativo e organizzativo, incremento della ricerca: così l’Italia è diventata uno degli Stati che più ha migliorato gli indicatori di salute e gli esiti del piede diabetico.

A certificarlo è l’Ocse1 che, in uno studio pubblicato nel 2019, evidenzia come in Italia, negli ultimi 10 anni, il numero di amputazioni dovute al piede diabetico si sia ridotto di circa il 40%.

Si vedranno in futuro gli effetti della lunga parentesi dell’emergenza COVID, che ha portato ad un calo degli accessi in ospedale e a un ritardo degli interventi non urgenti. Nel frattempo, però, la ricerca non si è fermata e si stanno aprendo nuove frontiere per la cura del piede diabetico, grazie alla medicina rigenerativa.

La diffusione del piede diabetico

Il piede diabetico è una delle principali complicanze del diabete. La sua origine va ricercata nell’iperglicemia cronica, che può causare neuropatia (disfunzioni a livello del sistema nervoso) e arteriopatia (ridotta circolazione del sangue nelle arterie che lo portano agli arti inferiori).

Queste complicanze espongono al rischio di sviluppare il piede diabetico, che si manifesta come insensibilità al dolore e ai cambiamenti di temperatura. Ciò porta a non percepire la presenza di ulcere che, se non adeguatamente curate, possono diventare fonte di infezione da trattare con antibiotico e, nel peggiore dei casi, evolvere verso la cancrena, ovvero la necrosi di uno o più tessuti.

Secondo i dati forniti dalla Società Italiana di Diabetologia, il piede diabetico colpisce il 5% degli italiani con diabete, ovvero 300.000 persone. Circa il 25% della spesa complessiva per l’assistenza ai pazienti diabetici è destinata al trattamento di questa complicanza, che rappresenta il 2-4% dei ricoveri per diabete.

In generale, l’ulcera del piede compromette la qualità della vita, per i lunghi tempi di guarigione e per la necessità di una continua sorveglianza in prevenzione secondaria. Anche dopo la cura, la chiusura dell’ulcera non rappresenta la fine della malattia, perché, se non adeguatamente monitorata, può portare a recidiva, cosa che avviene in oltre il 40% dei casi.

Ecco perché tutte le novità nel campo della cura rappresentano una notizia positiva per le persone con diabete.

Piede diabetico, in campo anche la medicina rigenerativa

Quella rigenerativa è una branca della medicina che si occupa della riparazione di tessuti danneggiati attraverso la rigenerazione delle cellule del tessuto stesso. Lo “strumento” principale per arrivare a questo obiettivo è rappresentato dalle cellule staminali, ovvero cellule indifferenziate, quindi non ancora specializzate, che hanno la capacità di trasformarsi nelle diverse tipologie di cellule di cui è formato l’organismo, auto-rigenerandosi.

Questo processo, molto utilizzato per la cura di traumi o malattie degenerative delle articolazioni, può essere applicato anche al piede diabetico.

l trattamento di questa complicanza con la medicina rigenerativa è stato addirittura al centro di uno specifico percorso formativo che a novembre 2021 ha aperto il III Corso Avanzato in Medicina-Chirurgia Rigenerativa Polispecialistica della scuola di formazione professionale della Società Italiana di Medicina e Chirurgia Rigenerativa Polispecialistica (SIMCRI School).

Proprio in quell’occasione, è stato evidenziato che l’infusione di cellule staminali – provenienti da midollo osseo, tessuto adiposo o sangue periferico – nella zona vicina all’ulcera può essere un trattamento efficace e poco invasivo.

Lo stesso dicasi per il Plasma Ricco di Piastrine (PRP), concentrato di piastrine autologo (appartenente allo stesso individuo che ne beneficia) che si ottiene dal sangue. Grazie alla forte concentrazione di fattori di crescita, il PRP può stimolare la rigenerazione dei tessuti anche nel piede diabetico.

Altro trattamento evidenziato nel corso del SMICRI per questa complicanza è la somministrazione per via topica di ozonoterapia, trattamento medico che si basa su una miscela di ozono e ossigeno che ha un’azione antidolorifica, antibatterica e rivitalizzante dei tessuti.

Tutte queste diverse tipologie di cura, applicate all’interno di centri autorizzati secondo la normativa e sulla base delle linee guida del Ministero della Sanità, possono essere una soluzione per il trattamento del piede diabetico, sempre sulla base delle indicazioni del proprio diabetologo di riferimento.

Prima della cura: la prevenzione

Negli ultimi anni si è registrato un cambiamento importante nell’approccio al piede diabetico: rispetto al focus sull’intervento chirurgico, necessario nei casi più gravi, ci si è concentrati sempre di più sulla prevenzione, la diagnosi precoce e la cura – fattori cruciali nel ridurre l’impatto di questa complicanza sulla qualità della vita.

Secondo la Società Italiana di Diabetologia, gli elementi fondamentali per la gestione di questa complicanza sono educazione, formazione, rapida presa in carico del paziente ulcerato da parte degli specialisti, trattamento precoce e di alta qualità delle lesioni, continuità assistenziale tra ospedale e territorio per il monitoraggio e il follow up dei pazienti.

A monte, il pilastro più importante resta la prevenzione, che ciascuno può fare anche in autonomia, seguendo le indicazioni del proprio medico di riferimento.

La verifica quotidiana delle condizioni dei piedi – in particolare la pianta, il tallone e gli spazi tra le dita – per individuare eventuali ferite, insieme alla corretta igiene quotidiana sono essenziali per intercettare subito eventuali criticità. Buona prassi è anche l’attenzione a evitare di procurarsi ferite, indossando calze e calzature adatte.

Oltre all’auto-monitoraggio, sono fondamentali le visite periodiche dal podologo, che può individuare i primi segnali di neuropatia o arteriopatia ed ispezionare eventuali lesioni pre-ulcerative.

Le linee guida internazionali raccomandano una visita di controllo all’anno per il paziente con diabete non affetto da neuropatia né arteriopatia periferica. I controlli devono essere più frequenti, ogni 3 o 6 mesi per chi presenta una di queste complicanze, ed è quindi più esposto al rischio di piede diabetico.

2022-02-16T09:28:15+01:00 Redazione angolodeldiabetico.it
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